L’espressione musicale vocale come sapere sociale.
Nel presente articolo propongo delle riflessioni sul canto quale processo sociale il cui significato profondo è l’incontro intersoggettivo, espressione di uno specifico sapere sociale, senso del tempo e dello spazio. Le riflessioni proposte prendono a chiaro riferimento il testo “La musica come sapere sociale” del musicologo John Shepherd (1988) il cui focus argomentativo è che la significanza ed il significato della musica, qualsiasi musica, siano intrinsecamente e profondamente sociali. La musica è un processo sociale, ed in quanto tale è in relazione con tutto ciò con cui l’essere umano si relaziona quotidianamente: l’economia, la politica, la cultura, la scienza, la tecnica, i comportamenti umani… Il discorso sulla musica, e quindi sul canto quale espressione musicale vocale, è in Shepherd un discorso sull’organizzazione sociale e sul senso-del-mondo.
Uno dei principali temi di fondo affrontati da Shepherd è relativo al ruolo determinante del mezzo di comunicazione prevalente (parola parlata vs parola scritta) nella co-costruzione sociale della realtà collettiva. Sherpherd afferma cioè che la realtà collettiva di qualsiasi società venga costruita da ogni membro per ogni altro, e che la forma assunta da qualsiasi specifica società sia influenzata dal mezzo di comunicazione che in quella società prevale.
Le società possono sorgere e continuare ad esistere grazie alla comunicazione ossia attraverso uno scambio di simboli creati dagli esseri umani per fronteggiare le più svariate situazioni. I significati attribuiti dagli uomini ai simboli ed agli insiemi di simboli derivano pertanto da situazioni specifiche e reali da affrontare. Ne consegue che quando gli uomini ripensano a una serie di eventi, lo fanno attraverso i simboli creati per definirli. I simboli possono essere utilizzati in situazioni diverse da quelle per cui sono stati creati, portando con sé significati connotati dall’uso precedente. Naturalmente può accadere anche che nuove situazioni modifichino il significato dei simboli già esistenti quando questi vengano utilizzati per definirle. La realtà è quindi una co-costruzione di senso attribuito alle esperienze vissute, alla quale soggiace un reciproco accordo verbale o di altra natura simbolica.
La modalità con cui la comunicazione si svolge, argomenta Shepherd, influenza la strutturazione della psiche individuale e il modo di esperire la realtà, il senso-del-mondo. In altre parole, il modo in cui le persone comunicano (sia che questo avvenga nella situazione faccia a faccia, o in quella visuale della scrittura e della stampa, o ancora in quella immediata della comunicazione elettronica) intacca la loro visione del mondo molto in profondità. Non è tanto ciò che viene comunicato a contare, quanto il modo in cui la comunicazione si svolge.
Il mezzo di comunicazione prevalente influenza l’equilibrio degli stessi processi sensoriali che le persone utilizzano per filtrare l’informazione proveniente dall’ambiente ed è possibile assumere che il mezzo è il messaggio. A supporto di tale tesi, Shepherd porta quanto è avvenuto con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che diede luogo a una visione meccanicistica dello spazio e della materia. L’uniformità della stampa suggerì anche l’idea di utilizzare le persone come elementi interagenti di una macchina, come parti atomistiche e interscambiabili di un processo lineare di causa e effetto, necessariamente parti omogenee. L’affermarsi di questa concezione meccanicistica della realtà, si è accompagnata ad una trasformazione del senso del tempo e dello spazio già presente con l’invenzione della scrittura fonetica. Attraverso la scrittura fonetica le persone iniziarono a distinguere il simbolo dal significato, a tracciare un confine tra le parole che pronunciavano e le cose alle quali tali parole si riferivano, ossia a tracciare un confine tra sé e il mondo esterno. Sorse così una distinzione decisiva tra fisico e mentale, non-umano e umano, esterno e interno.
Shepherd osserva che la scrittura e la diffusione della stampa hanno condotto ad un senso del tempo come sequenza lineare, attraverso il consolidamento delle conoscenze tramite la scrittura e la prospettiva storica. Rendendo più facile immagazzinare in modo sicuro e permanente informazioni separate dalla coscienza delle persone, la capacità di leggere e di scrivere ha anche portato ad una spazialità psichica strettamente collegata con il distanziamento fisico.
Nei popoli di tradizione orale il senso del tempo è invece circolare, un flusso continuo di eventi concretamente ricorrenti sul quale l’uomo esercita un controllo relativamente scarso. In altre parole, per l’uomo di tradizione orale, il tempo scorre e si rivela attraverso eventi specifici che ricorrono e che hanno grande importanza nell’ordinare l’esistenza umana: il tempo non regredisce e non progredisce verso punti di fuga dell’infinito ma ogni evento trascorso o ancora da accadere è irrevocabilmente legato al presente. Gli eventi ricorrenti non vengono utilizzati per dividere la continuità del tempo astratto in successioni meccaniche di segmenti o istanti: non esiste cronologia perché tutto è dentro il presente continuo. Questo si esprime anche nel rapporto con la dimensione spaziale, caratterizzata dallo scarso controllo sull’ambiente che viene conosciuto nella sua immediatezza dinamica attraverso il suono. L’ambiente sonoro in cui è immerso l’uomo obbliga ad una continua vigilanza perché l’orecchio, diversamente da quanto avviene per il senso della vista, accoglie lo stimolo acustico – il suono del mondo – da qualsiasi direzione esso provenga.
Per affrontare le sfide ambientali, l’umanità mette in atto risposte creative, delle quali il canto, e più ampiamente i processi musicali, fa parte. Il differente senso-del-mondo tra i popoli di tradizione orale e i popoli che utilizzano la scrittura e la stampa si esprime in un diverso atteggiamento anche nei confronti dei processi creativi. L’uomo orale deve essere pronto a reagire a un mondo che è per lui essenzialmente dinamico e imprevedibile. In questa misura si può dire che egli accetti intuitivamente come necessarie e persino vagamente desiderabili attività che noi definiamo “devianti”. Nelle società industriali la creatività è incompatibile con la supremazia di un’epistemologia che tende fortemente a essere scientistica, riduzionistica, deterministica. Shepherd riflette su come, nelle società industriali, la creatività appaia non solo come qualcosa di superfluo ma come una minaccia allo status quo ordinato dalla ragione. Adottando una prospettiva dichiaratamente critica, Shepherd si spinge a sostenere che i teorici della musica e gli estetologi non siano in grado di dare al significato musicale la collocazione che gli spetta come parte integrante di una realtà socialmente costruita perché non solo tale collocazione andrebbe contro ogni possibile interpretazione del senso-del-mondo industriale, ma in sostanza perchè un tale approccio favorirebbe la stabilità del ruolo.
Se vogliamo conoscere il “significato” del cantare è quindi necessario considerare l’espressione musicale vocale quale processo sociale, riconoscere come la conoscenza che esprimiamo quando cantiamo sia mediata dal senso-del-mondo che abbiamo costruito attraverso l’incontro intersoggettivo, l’incontro con l’Altro da Sé. Dal punto di vista fenomenologico, è possibile affermare che il nucleo stesso dell’esperienza soggettiva sia il risultato di una interazione con gli altri e può aver luogo solo nel contesto più ampio della società, anche quando è caratterizzata da conflitti e tensioni.
A supporto della propria argomentazione, Shepherd cita una interessante questione epistemologica posta dall’antropologo, sociologo e psicologo Gregory Bateson. Secondo lo studioso, gran parte dei problemi che la nostra società deve affrontare sono una conseguenza dell’epistemologia dualista figlia di Cartesio. Separando mente e corpo, è stata legittimata l’illusione che possiamo dominare l’ambiente. Purtroppo non riusciamo a vederci come parte di quell’ambiente che crediamo di colonizzare senza conseguenze. Può essere utile integrare tale questione con il contributo del sociologo Hartmut Rosa, il quale ha teorizzato che la moderna società sia caratterizzata da una dinamica di continua accelerazione necessaria al mantenimento dello status quo delle proprie strutture. Questa accelerazione che caratterizza la modernità incide sul modo di vivere delle persone perché implica una fondamentale trasformazione della nostra relazione con il tempo e lo spazio, con gli altri, con ciò che ci circonda nonché con noi stessi, il nostro corpo e la nostra disposizione mentale. Hartmut Rosa osserva che tale scenario di accelerazione porta con sé conseguenze problematiche, disfunzionali o patologiche per gli individui nel loro mondo vitale. Più precisamente il sociologo identifica tre grandi crisi attuali: la crisi ambientale (che indica un disturbo nel rapporto tra gli esseri umani e la natura), la crisi della democrazia (che indica un disturbo nel nostro rapporto con il mondo sociale) e la crisi psicologica (che si manifesta, ad esempio, in tassi sempre crescenti di burnout).
Secondo Hartmut Rosa, il capitale sociale di un individuo consiste nell’abilità di stabilire e mantenere relazioni risonanti. La risonanza tra il singolo e il mondo vitale è pertanto la modalità relazionale da coltivare per vivere bene in questo scenario. Nella concettualizzazione di Rosa, la risonanza designa una modalità specifica di relazione col mondo opposta all’alienazione, al mutismo del mondo. Le persone esperiscono la risonanza quando vengono mosse, toccate dal mondo che incontrano e a questo contatto rispondono attivamente: le relazioni di risonanza sono cioè caratterizzate dal fatto che il soggetto e il mondo che esso incontra cambiano con e attraverso tali relazioni. La sociologa Tia DeNora ha indagato il legame tra salute e pratiche musicali della vita di tutti i giorni, delle quali fa parte il canto quale attività fondamentale dell’umanità. La sociologa ha osservato che le persone attribuiscono alle pratiche musicali una funzione di regolazione emotiva che consente di superare lo stress dovuto alle proprie condizioni socio-economiche, a situazioni di povertà, malattia, lavoro precario. Altresì le persone svolgono attività musicali per energizzare e regolare il proprio corpo.
In conclusione, il lavoro di Shepherd ci sprona a riflettere sul fatto che cantare è una attività umana il cui significato è l’incontro intersoggettivo espressione di uno specifico sapere sociale, senso del tempo e dello spazio. Il pensiero di Bateson ci porta ad agire, e quindi anche a cantare, adottando una prospettiva ecologica, pluralista, che tenda a concentrarsi sulle strutture che connettono. Le proposte di Rosa e DeNora ci invitano a stabilire e mantenere relazioni risonanti attraverso la musica ed il canto: il vuoto, la paura generata dal mutismo del mondo, l’alienazione divengono quello spazio che permette al suono di risuonare tra l’individuo e il mondo vitale in cui è immerso.
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