Fare musica implica necessariamente l’essere parte di una rete di relazioni sociali che permettano la realizzazione della performance musicale. Nel suo libro “Sounds and society” del 1995, il sociologo Peter J. Martin osserva che tale rete di relazioni sociali è costitutiva di un gruppo di riferimento capace di orientare i singoli nelle loro azioni e decisioni, cioè esercita una certa influenza sulla natura stessa del prodotto musicale (1995:169). Per poter comunicare, come teorizzato da G.H.Mead, ciascun individuo deve possedere l’abilità riflessiva di “mettersi nei panni dell’altro” ossia la capacità di anticipare immaginativamente quali saranno le verosimili reazioni altrui alle proprie azioni. In ciascun specifico contesto ogni persona tenderà ad orientare il proprio comportamento in base alle aspettative degli “altri significanti” ossia di singoli o gruppi le cui risposte sono ritenute importanti e le cui aspettative forniscono un costante senso di cosa sia giusto/sbagliato, buono/cattivo, appropriato/inappropriato e così via. Ciò solleva due considerazioni: 1. da una parte, tali aspettative non determinano le azioni dell’individuo, ma semplicemente quest’ultimo ne tiene conto; 2. dall’altra parte, tenendo conto delle risposte degli “altri significanti” il soggetto interiorizza le convenzioni e le aspettative che sono dominanti nello specifico contesto. Da questa prospettiva possiamo sviluppare una comprensione sociologica di come la musica sia il prodotto dell’interazione collaborativa in specifici contesti sociali. Tuttavia la musica non esprime le qualità essenziali di alcun gruppo o individuo ma si forma e cambia nel processo costante attraverso il quale le persone sostengono, modificano, trasformano e abbandonano le convenzioni (1995:172). Questa prospettiva sociologica offerta da Martin pone il suo focus nel comprendere la musica come il risultato di qualcosa che le persone fanno insieme e non si interessa alla sua decodifica in termini di reificazione delle strutture sociali. Tale prospettiva muove chiaramente dal lavoro “Art Worlds” pubblicato nel 1984 dal sociologo Howard Becker. In tale opera, l’arte è intesa come azione collettiva e le opere d’arte derivano dalla cooperazione tra diverse persone che agiscono e si riconoscono in precise pratiche ed istituzioni: i mondi artistici. Nella terminologia di Becker, un mondo artistico è lo specifico contesto sociale in cui vengono stabilite le convenzioni e le aspettative che eserciteranno il controllo normativo sul processo di produzione dell’opera artistica. Mutuando quanto sostenuto da Becker, Martin arriva a sostenere che è necessario abbandonare la convinzione che la musica esprima in qualche modo valori sociali generali o rappresenti strutture sociali, e che invece dobbiamo esaminare i modi in cui viene creata, eseguita e fruita da specifiche persone in specifici contesti sociali (1995:166).
Ed ecco il cortorcircuito che caratterizza la vita contemporanea.
Come appena argomentato, gli individui orientano il proprio agire in forza della capacità di mettersi nei panni dell’altro ossia di immaginare quali siano le aspettative e le verosimili risposte degli “altri significanti” nello specifico contesto. Zygmund Bauman (2002:111-126) osserva però che le persone vivono immerse in un ambiente fatto di paura alimentata da un pervasivo senso di incontrollabilità del futuro e dall’incertezza degli effetti delle proprie azioni anche nei contesti più familiari. Le cause sono molteplici. Da una parte le relazioni interpersonali sono intrise di uno spirito consumistico: l’altro da sé è considerato una fonte potenziale di esperienze gradevoli ed i legami interpersonali incorporano il principio del disimpegno pertanto sono destinati a non durare. D’altra parte, Bauman osserva un inarrestabile processo di dissipazione delle competenze sociali accompagnato dalla crescente dipendenza da strumenti tecnologici offerti dal mercato. Viviamo nella “società individualizzata” dove le questioni di valenza sociale sono vissute in modo privatistico, esclusivo, anche l’identità. L’umanità contemporanea parla con tante voci ma tali voci si riconoscono l’un l’altra? Accettano di coabitare con altre voci?
La grande sfida della nostra epoca è allora la costruzione dell’unità nella diversità, descritta da Bauman con una metafora che chiama in causa la musica: “La questione centrale della nostra epoca è come trasformare la polifonia in armonia (…). L’armonia non significa uniformità, ma è sempre un’interazione di numerosi motivi differenti, che conservano ciascuno la propria identità distinta e sostengono la melodia risultante attraverso e grazie a questa identità” (2002:123).
Siamo capaci di riconoscerci e di collaborare per fare insieme una nuova musica di unità nella diversità?
Bibliografia essenziale:
Bauman Zygmunt (1982), La cultura come prassi, Il Mulino, Bologna
Bauman Zygmunt (2002), La società individualizzata, Il Mulino, Bologna
Bauman Zygmunt (2008), Vita liquida, Editori Laterza, Roma
Becker Howard Saul (1984), Art worlds, University of California Press
Martin Peter J. (1995), Sounds and society: themes in the sociology of music, Manchester University Press, Palgrave, Manchester and New York
Mead George Herbert (1934), Mind, Self, Society, University of Chicago Press, Chicago
Mead George Herbert (2011), La socialità del Sè, Armando Editore, Roma
